Non c’è niente di sbagliato nell’essere felici di appartenere ad una famiglia, ad una comunità, ad una classe sociale o ad una nazione. Ogni individuo ha bisogno di una base sociale da cui lavorare. Il progresso spirituale di uno yogi verrà messo alla prova prima di tutto dalla sua capacità di relazionarsi in modo appropriato con coloro che gli sono vicini: i membri della sua famiglia, biologica e/o spirituale.

Finché questi vicini sono esclusi, anche in minima parte, dall’amore per Dio e per l’umanità che sta cercando di risvegliare nel suo cuore, non può esserci emancipazione dell’anima.

Ma i sentimenti associati con questa appartenenza possono facilmente diventare confusi o agitati; l’appartenenza diventa una questione mentale, con forme pensiero che definiscono il proprio gruppo, in qualunque misura e in qualunque modo, con una qualifica che lo separi dagli altri esseri umani.

Quando ciò accade, la lealtà diventa emotiva invece che calma, la chiarezza scompare e si sviluppa una meschinità che finirà per sopprimere l’amore naturale del cuore. Sri Yukteswar chiama questo semplicemente: orgoglio della propria genealogia.

Alcuni anni fa, dopo un soggiorno felice e curativo di tre settimane presso l’Ananda Village, decisi di partire senza salutare nessuno. Non era un buon comportamento, certamente, e peggiorai la situazione scrivendo ad una amica i cui sentimenti erano stati feriti: “Mio padre diceva sempre che la separazione deve essere breve e priva di emozioni!”

Non ho mai dimenticato la sua risposta. Mi scrisse: “Questo mi mostra ancora una volta come le persone copino i modelli di comportamento dei loro genitori, invece di agire in base ai propri sentimenti”.

Affrontare l’emozione di separarsi con coraggio e con cuore aperto sarebbe stato certamente il modo più espansivo per me di relazionarmi con lei e con i sentimenti delle altre persone, ma non ero disposto a fare quello sforzo. E poi quella stessa pigrizia emotiva mi portò a giustificare il mio comportamento citando con orgoglio mio padre che era, lì per lì, solo uno dei sei o sette miliardi di persone che popolavano la terra, e che non aveva nulla a che fare con questa particolare situazione e con i sentimenti di coloro che erano emotivamente coinvolti.

Yogananda disse: la lealtà è la prima legge di Dio. Se applichiamo questo sutra alla famiglia e alla nazione, significa che dovremmo essere leali prima di tutto nei confronti dei valori fondamentali, universalmente basati, che tengono insieme determinati gruppi sociali in maniera significativa, poiché quei valori derivano dall’intelligenza di Dio e ci avvicinano a Lui.

Così una madre amorevole ci ricorda l’aspetto materno di Dio, un padre saggio della Sua saggezza; una comunità spirituale della “lama affilata del libero arbitrio” (un’emozionante metafora da “Sussurri dall’eternità”) su cui poggia l’amicizia; una nazione meravigliosa della saggezza, divinamente ispirata, della sua costituzione.

Se non perdiamo mai di vista questi valori fondamentali nel relazionarci con le nostre comunità, allora la nostra lealtà può veramente diventare la potente rettitudine di cui parla Yogananda. Se invece il sutra viene sottomesso ad un attaccamento personale, e come tale applicato solo ad alcuni soggetti, ovvero a gruppi di persone, può facilmente diventare emotivo e quindi perdere il suo potere causale.

Una mia amica, dopo un’intera giornata di consulenza nella nostra comunità di Ananda Assisi, il giorno dopo, mentre la accompagnavo all’aeroporto, mi disse: che giornata intensa ieri … eppure non mi sento esaurito … devo dire che tengo in considerazione la persona che ho di fronte, come se fosse sempre la più importante del mondo.

Questa potrebbe effettivamente essere una buona strategia per superare l’orgoglio derivante dalla propria genealogia o casta: cercare di vedere Dio in chiunque si trovi con te o vicino a te in qualsiasi momento, dando a chiunque qualche forma di speciale, sincera, attenzione spirituale: una preghiera, un sorriso, un orecchio in ascolto, qualsiasi cosa adatta alla circostanza.

Prova a immaginare un consulente eccellente e altamente professionale, il cui figlio adolescente gli sta creando un momento molto difficile, forse dovuto all’abuso di sostanze o a qualche altra sfida legata all’età. Quel consulente ha trascorso un weekend molto difficile con la sua famiglia. Ora è lunedì mattina, è tornato al lavoro e arriva un nuovo cliente per una prima sessione introduttiva. Quel cliente scopre di avere un figlio adolescente con problemi legati all’abuso di sostanze. —

L’integrità di quel consulente non si valuterebbe forse dalla sua capacità di mettere da parte le sue preoccupazioni personali e di essere pienamente lì, per il suo cliente e per quella sua specifica situazione, mantenendo il pieno controllo di qualsiasi associazione emotiva, che potrebbe esserci nel suo cuore, tra la sua situazione personale e quella del figlio del suo cliente?

Questo tipo di pratica spirituale ti rende meno leale nei confronti della tua gente? Certamente no: crea un gioioso magnetismo, orientato alla soluzione, che non mancherà di avere un impatto positivo sugli altri; aumenterà anche la tua capacità di essere completamente lì per loro e con loro, quando avranno bisogno di te. Se impari a controllare le tue reazioni emotive nei confronti dei tuoi cari, li lasci liberi di esplorare la loro coscienza e i loro sentimenti più profondi: quale più grande segno di amore e di lealtà può esistere? Ma finché c’è un indebito attaccamento alla forma, al nome e alla genealogia, il tuo ego reclamerà la tua lealtà, e la strada verso la libertà dell’anima e verso le relazioni felici sarà bloccata.

Per secoli le famiglie reali in Europa, desiderose di evitare intrusioni “impure” nei loro clan, hanno combinato matrimoni tra i propri parenti. Questa pratica non solo causava ogni sorta di malattie mentali e fisiche, ma li rendeva anche completamente incapaci di relazionarsi con la realtà dei popoli che avrebbero dovuto governare. Infatti, quando il tuo cognome diventa l’unico merito che supporta la posizione di potere nella quale ti trovi, quale motivazione può esserci per usarlo per il bene del tuo popolo?

Nella nostra nuova era del Dwapara Yuga è nato il cosiddetto sogno americano: la possibilità, per una persona con origini molto umili, di arrivare fino alla più alta carica della nazione. Non è molto più probabile che una persona del genere possieda la saggezza per presiedere al governo “del popolo, per il popolo e dal popolo”?

L’orgoglio della genealogia ricade sotto il dominio dell’Ego. Come potresti aver dedotto da quanto sopra, penso che Sri Yukteswar, che ci incoraggia sempre ad essere implacabilmente onesti nella nostra introspezione, assegni un significato più ampio e sottile a questa meschinità: la tendenza ad attribuire il merito ad aspetti ai quali non appartiene e il tumulto emotivo causato da questa forma di autoinganno.

Potrebbe anche aver voluto dire: la tendenza ad attribuire la colpa ad aspetti ai quali questa in realtà non appartiene. Se l’arroganza e la timidezza sono due facce della stessa medaglia dell’ego, lo sono anche l’orgoglio e il complesso di inferiorità. Infatti Yogananda ci mette in guardia contro entrambi.

A volte le persone hanno problemi con la loro famiglia che vanno avanti per tutta la vita. Possono incolpare i loro genitori per molte cose cattive che hanno fatto (e che potrebbero essere vere); possono sentire il loro DNA familiare come un peso e persino desiderare di essere nati in un’altra famiglia; possono vedere ogni sorta di caratteristiche indesiderabili nei propri figli.

La causa principale di questa meschinità è la non accettazione della realtà; la soluzione sta in un costante sforzo spirituale per accettare le persone, tutte le persone, così come sono. Questo non è affatto un atteggiamento passivo e richiede molta più energia di quanto la maggior parte delle persone creda, perché l’accettazione dovrebbe essere del cuore, non della mente. La mente dovrebbe essere mantenuta libera per vedere le persone così come sono: un padre alcolizzato, una figlia che non è all’altezza delle proprie aspettative, persino situazioni familiari traumatiche. Ma il cuore dovrebbe imparare ad accettare tutto questo come una manifestazione della legge del karma, che non lascia spazio per nessun genere di coscienza da vittima.

La buona notizia è che una volta che la mente inizia a riconoscere quanto profondamente il cuore si rallegra in questa pratica, non c’è modo di tornare dal tuo viaggio verso la piena emancipazione dell’anima.

Può anche essere di aiuto meditare sulle seguenti parole della Cerimonia della Luce, che celebriamo ogni domenica:

E mentre la sofferenza e il dolore, in passato, erano il prezzo da pagare per la redenzione dell’uomo, per noi ora il pagamento è stato mutato nella calma accettazione e nella gioia.

Vivere con il nostro Paramguru, come facciamo noi, non è facile. A volte, quando sento che è quasi impossibile, penso a queste parole del nostro Guru nella sua autobiografia:

Il mio rapporto con Sri Yukteswar, non molto articolato, possedeva tuttavia un’eloquenza nascosta. Spesso trovavo la sua firma silenziosa nei miei pensieri, rendendo inutile ogni parola. Seduto in silenzio accanto a lui, sentivo la sua generosità riversarsi pacificamente sul mio essere.

Potrà mai arrivare una tale generosità fino a quando il nostro cuore sarà turbato dal pregiudizio razziale o dall’orgoglio della genealogia?

3 Comments

  1. Che bel post Darshan sembra che sia scritto propio per me……..specialmente la primissima parte.
    Grazie

  2. Grazie mille Darshan, riflessioni di saggezza che fanno bene al cuore.
    Come un navigante che va per mari a volte calmi ed a volte agitati cerco di mantenere dritta la barra e di regolare le vele all’occorrenza, e chissà…spero di incontrarti in ritiro in Sicilia a fine giugno e giovarmi dell’Ananda Sangha che porti dentro.
    Namaste’ 🙏

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