Mio nipote, che ha appena compiuto 17 anni, ha recentemente risposto ai miei auguri di compleanno dicendomi: “È pazzesco avere 17 anni. Non l’ho ancora realizzato del tutto.”

È un po’ come noi, “pionieri spirituali”, ci siamo sentiti nell’aiutare a fondare una delle colonie di Fratellanza Mondiale Ananda, anche se allora eravamo un po’ più vecchi rispetto all’età di mio nipote. Era la metà degli anni Ottanta, ma non eravamo nemmeno a metà della nostra vita. Eravamo venuti in Italia sotto la guida di Swami Kriyananda: alcuni di noi erano membri dello staff ufficiale, mentre altri, me compresa, erano semplicemente al posto giusto nel momento giusto e offrimmo di servire dove ce n’era il bisogno.

Ci stabilimmo nell’incantevole cittadina di Veglio, in campagna, ad alcune ore a sud-ovest dell’idilliaco lago di Como. All’inizio era come se l’enorme visione di quello che ci eravamo prefissati di realizzare non fosse ancora penetrata in noi, ma ora, qualche decennio dopo, la nostra comunità di Ananda Assisi è considerata uno dei ritiri spirituali più fiorenti di tutta Europa.

È stato folle da parte nostra iniziare questo lavoro sfidando un rigido inverno in una villa estiva senza riscaldamento centralizzato? Probabilmente sì. Ma il nostro guru Paramhansa Yogananda diceva di “essere pazzi di Dio”, e noi stavamo facendo proprio questo, con i nostri cuori concentrati silenziosamente sempre su di Lui.

Swamiji a volte soggiornava con noi nella dependance della villa. Aveva suggerito che, dopo la nostra pratica quotidiana del Kriya Yoga, la priorità sarebbe stata di imparare l’italiano. Così feci amicizia con il monumentale dizionario di italiano di Kirtani, grande quanto un piccolo villaggio, e iniziai a studiare verbi, sostantivi, ma soprattutto le espressioni linguistiche. Non sapevo ancora che mi si sarebbero ritorte contro – dando all’ascoltatore l’impressione che io capissi il linguaggio poetico romantico più di quanto ne capissi in realtà! Frasi sofisticate come “for me, it’s all the same”, ovvero “per me fa lo stesso”, spesso ricevevano risposte sfrecciavano verso di me a 40 chilometri all’ora.

Demmo energia ai nostri ospiti; insegnammo come meglio potevamo nel nostro italiano traballante; banchettammo, cantammo, ed entrammo in contatto con la nostra famiglia europea nei livelli del cuore, godendoci la bontà del Bel Paese. Potemmo sentire la ricchezza storica della terra e la ricettività accogliente di quelle anime che venivano al nostro ritiro per nutrirsi spiritualmente, insieme ad un buon piatto di lasagna.

Trascorremmo il nostro tempo in quelle gelide notti italiane in una forma di isolamento diversa da quella che stiamo affrontando ora, durante questa pandemia. Meditavamo, cantavamo, socializzavamo e studiavamo. E per un breve periodo passammo le serate anche facendo le prove (solo per il nostro divertimento, grazie al cielo!) e poi la rappresentazione della mia commedia originale intitolata “Karmasmoke”: Un Western all’ Orientale dove il Sentiero incontra il Sentiero Polveroso. Il tema ritraeva un diverso tipo di pionierismo nel Wild West, dove una sposa per corrispondenza di nome Polenta Farinadimais ritarda a causa di francobolli insufficienti. Le nostre risate risuonavano come le campane della chiesa della domenica mattina che scampanavano tra le gelide colline di Veglio.

E fummo vittoriosi. La plausibile impossibilità di ciò che ci eravamo prefissati di fare non era, come direbbe mio nipote, “ancora realizzata”nelle nostre menti. Ci sarebbero voluti alcuni anni prima che Swamiji scrivesse il testo della canzone “I Will Always Think of Thee” (Penserò Sempre a Te) che in italiano venne tradotto come “Quando Mi Sveglio”:

“Quando lavoro e quando sono a riposo,
Che arrivi la vittoria o una scarsa sconfitta”.

Come fu brutale quel primo inverno! Metri accatastati di neve lungo le strette stradine tortuose. Eppure, di buon umore, portammo la luce sulle nostre lotte quotidiane. Bruciammo i vecchi mobili di legno del camino del salotto per riscaldarci. Scherzavamo su come l’acqua santa dell’altare del nostro tempio si sarebbe trasformata in un blocco di ghiaccio durante la notte. E chi conduceva i canti del mattino prima della meditazione imparò a suonare l’armonium indossando i guanti.

Eppure oggi guardiamo a quei tempi come ai ” bei vecchi tempi”. I tratti più eclatanti nelle fotografie di quell’epoca erano i nostri sorrisi raggianti. Non che spostassimo le montagne da soli; ma ora sappiamo che il Maestro poté realizzare molto grazie alla nostra volontà di rimanere fedeli alla nostra missione, agendo come canali per flussi sempre più grandi di energia. Ci diede la forza di superare il freddo, la barriera della lingua e gli ingombranti rotoli di pane che servivano anche come fermaporta.

Allora come oggi, siamo pionieri del Maestro che si sforzano di vivere le parole della canzone di Swamiji:

“Nel mio cuore, Signore,
così silenziosamente, Penserò sempre a Te”.

2 Comments

    1. E stato un periodo del tapas e della gioia. Mi ricordero per sempre quei giorni!

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