“Un musulmano dovrebbe praticare il suo culto namaj quattro volte al giorno. Quattro volte al giorno un indù dovrebbe sedersi in meditazione. Un cristiano dovrebbe inginocchiarsi quattro volte al giorno pregare Dio e poi leggere la Bibbia”.

Con queste parole Lahiri Mahasaya ha evidenziato uno dei capisaldi del sentiero del kriya yoga: la sua universalità. La tecnica liberatoria del kriya può essere praticata da tutti, indipendentemente dalla propria cultura, dal credo religioso, dall’etnia o dalla posizione sociale.

A quei tempi (Lahiri Mahasaya visse nel 1800) prevaleva l’ineguaglianza sociale e per questo la sua affermazione, in un certo senso, fu rivoluzionaria.
Anche oggi, sfortunatamente, come società fatichiamo a liberarci dalle discriminazioni che esistono nei confronti di diverse etnie, differenti religioni, e così via.

Qui, Lahiri Mahasaya ci dà un’idea su come superare queste differenze superficiali e portare, quindi, unità nella nostra società e mondo divisi:
recita qualunque parte tu abbia nella vita e, inoltre, medita. Lui esortò tutti i suoi studenti a risolvere i propri problemi tramite la pratica del kriya yoga, e allo stesso tempo mantenendo un ragionevole coinvolgimento nei loro doveri quotidiani.

Potrà sembrare strano che per portare un’unità esteriore, veniamo incoraggiati ad entrare dentro noi stessi. Ma, se ci pensiamo per un momento, ha perfettamente senso. Le differenze esteriori e superficiali esisteranno sempre tra paesi, culture, persone… nemmeno due fiocchi di neve posso essere uguali, come lo può essere tutto il resto?
Interiormente, invece, tutto e tutti siamo un’inestricabile parte di Dio. Chiunque trovi quella scintilla di Divinità dentro sé stesso, la vedrà facilmente in tutti gli altri, percependo, così, naturalmente e facilmente, un senso di unità tra tutte le genti.

Paramhansa Yogananda fu inviato negli Stati Uniti dal suo Guru per unire “l’efficienza materiale dell’Occidente con l’efficienza spirituale dell’Oriente”. Mentre diffondeva gli insegnamenti dello yoga in America ed Europa, non cercò mai di “indianizzare” gli occidentali e nemmeno di “occidentalizzare”
l’Oriente. Al contrario, lavorò con i suoi studenti in modo che potessero trovare dentro di loro le qualità migliori che vengono più facilmente manifestate sia in Oriente che in Occidente.

D’altro canto, ciò che è spiritualmente vero su “macro-scala” lo è anche nella “micro-scala”, per gli individui. Questa frase di Lahiri Mahasaya può aiutarci non solo a mettere a tacere le differenze sociali, ma è applicabile con lo stesso risultato anche quando si tratta dei nostri conflitti e contraddizioni interiori.

C’è una storia che parla di uno studente di Yogananda che avevi problemi con l’alcool, ma allo stesso tempo possedeva un’ardente e sincero desiderio spirituale. Quando fu iniziato al Kriya Yoga dal Maestro, i suoi amici risero di lui: “Non puoi nemmeno lasciare la bottiglia!” lo presero in giro, “Come puoi anche solo sperare di fare un qualche progresso spirituale?”

“Beh”, disse lo studente, “è vero che non riesco a liberarmi della mia dipendenza, ma almeno posso fare una cosa buona“.
Con questa risoluzione, si sedette ogni giorno in meditazione con il suo mala per kriya in una mano e una bottiglia di whisky nell’altra. Faceva un kriya e poi un sorso, un altro kriya e poi un altro sorso, e così via.

Finalmente arrivò il giorno in cui le benedizioni che ricevette dalla sua pratica del kriya furono così intense da farlo guardare alla bottiglia di whisky dicendo: “Non ho bisogno di questo!”. E la buttò via senza mai più bere.

La morale della storia è che non importa quali siano i nostri sbagli e, a dirla tutta, non importa nemmeno quale sia il nostro ruolo nella vita: che siamo monaci o uomini di famiglia, amministratori delegati o spazzini. Troppa energia viene sprecata nel sentirsi in colpa verso gli sbagli che percepiamo come nostri (che siano veri o meno), o sperando che le nostre situazioni fossero diverse da quello che sono, o che noi fossimo da qualche altra parte rispetto a dove siamo ora. Alla fine della giornata, queste cose non sono così importanti. Quello che importa è che stiamo facendo uno sforzo spirituale ora. Se lo facciamo, allora all’improvviso tutte quelle cose superficiali se ne andranno o smetteranno di infastidirci.

Fa sempre bene ricordarsi che la propria professione, il tuo posto nella vita, le tue colpe, le tue abitudini, anche la tua personalità: tutte queste cose sono abiti che stai indossando, ma non sono chi sei. Non sono nemmeno una parte importante di te, non importa quanto affezionato tu possa assere a qualcuno di essi. Queste cose danno sapore e ricchezza al dramma della vita, dipingendolo in un certo colore, ma non sono una parte integrale della tua identità come figlio di Dio. Quando lo realizzerai, sarai in grado di vivere la vita perfettamente, senza nemmeno sentire la necessità di cambiare alcuna delle tue circostanze, perché sarai in sintonia con il piano Divino fatto per te. Non importerà quale abito di personalità o posto indosserai, sarai sempre felice e soddisfatto, ed in perfetta armonia e unione interiore con tutto quello che ti circonda.

Dieci anni fa stavo attraversando delle difficoltà finanziarie e chiesi consiglio al mio counselor spirituale. La sua risposta è ancora impressa in me, nonostante tutti questi anni. Lui semplicemente mi disse: “Per prima cosa, rafforza la tua pratica meditativa. Se lo farai tutto il resto andrà al posto giusto.”
Si è sempre rivelato vero per me. Prova e fallo diventare vero anche per te!

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