Per trovare Dio, ci sarà d’aiuto cercare di vedere, sentire e pensare ogni cosa in modo diverso da come siamo abituati a fare. È per questo che, tra i devoti in India, si attribuisce grande importanza al bhav, il giusto atteggiamento spirituale. Dobbiamo cercare costantemente di elevarci al di sopra di una visione delle cose che ce le fa apparire sempre riferite al nostro ego; dobbiamo smettere di pensare: «La mia casa, mia moglie o mio marito, i miei figli, i miei vestiti, il mio lavoro, i miei amici, la mia posizione nel mondo, la mia reputazione, i miei talenti, i miei punti di forza, i miei difetti, i miei vantaggi, i miei svantaggi». La lista, come puoi vedere, potrebbe diventare infinita. Qualunque cosa osservino, persino in modo impersonale, le persone hanno la tendenza a metterla in relazione con se stesse. Perfino se fanno una passeggiata al chiaro di luna, contemplando la vastità del cielo con le sue miriadi di stelle e lo spazio sconfinato, sono portate a pensare: «Quanto mi sento piccolo, io, in confronto a tutto questo!».


Un artista vede un bel tramonto e pensa: «Mi chiedo se io potrei dipingere qualcosa di altrettanto bello». Qualcuno contempla una grande opera realizzata da un altro essere umano, e il suo primo pensiero è: «Saprei farlo anch’io? Se non ne fossi capace, ecco cosa so fare, forse anche meglio di lui». E così il dramma continua a perpetuarsi, con l’eroe o l’eroina che, in ogni scena, interpretano il loro piccolo sé e il ruolo che recitano sul palcoscenico. Ogni attore è il protagonista, anche se è solo il maggiordomo che annuncia l’arrivo di un visitatore.

Una volta, anni fa, registrai alcuni canti tradizionali indiani e altri canti del mio Guru. Mi accompagnava un giovane suonatore di tabla indiano. Ascoltando la registrazione, risultò evidente che il giovane, pur essendo solo un accompagnatore, si considerava in realtà il protagonista assoluto. Qualcuno, più tardi, gli chiese: «Come è andata la registrazione?».

«Benissimo!» rispose. Ho suonato questo thala (ritmo) e quell’altro.

Se vogliamo trovare Dio, dobbiamo impegnarci, fin dall’inizio del nostro viaggio, a osservare ogni cosa in modo molto diverso da quello a cui la maggior parte delle persone è abituata. Ovviamente, via via che procederemo sul sentiero, acquisiremo spontaneamente una nuova visione, ma sarebbe utile cercare di adottare fin dall’inizio quegli atteggiamenti che riusciremo a vedere sempre più chiaramente, man mano che i veli di maya cadranno dai nostri occhi, l’uno dopo l’altro.

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – cosi disse il Signore.»(Is 55,8)

Come vede ogni cosa l’anima illuminata? Dal brano di Isaia che ho citato all’inizio, è evidente che abbiamo ancora molto da imparare, e anche molto da disimparare.

Da un lato – anzi, da molto più di un lato: in ogni cosa – non dovremo più pensare a nulla in modo egoico. Vale a dire, non dovremo più ricondurre ogni cosa, e neppure qualche cosa, a noi stessi, a meno che questo riferimento non faccia parte di una visione completamente
impersonale della realtà. Per fare un esempio: un buon santo-cantante potrebbe sapere di aver cantato bene, ma non penserà mai: «Io ho cantato bene». Penserà piuttosto: «Dio ha cantato la Sua bellezza attraverso di me». Sarà ben consapevole della bellezza stessa, forse anche in misura maggiore rispetto alla maggior parte delle persone, ma non penserà mai di aver prodotto personalmente quei suoni. Vedrà soltanto Dio, in ogni cosa, come Colui che agisce.

Da un altro canto, comincerà a osservare tutto dall’interno verso l’esterno: a considerare ogni cosa e ogni persona nei termini della coscienza divina che risiede al centro di ogni cosa.

Non ho letto tutto questo in qualche libro e forse è bene che lo affermi chiaramente, per evitare che qualcuno più saggio di me possa dirmi, un giorno: «Hai compreso in modo sbagliato questo o quell’altro punto. Quello che hai detto è vero solo in parte, ma c’è un altro aspetto della questione che hai trascurato». Questo può essere vero; non lo so. Tutto quel che posso dire è che questa, finora, è la comprensione che ho raggiunto, e che ritengo valga la pena di condividere con gli altri.

Quando penso a quel centro divino nelle cose e nelle persone, noto che lo osservo in modo assai diverso. Quando mi rapporto con gli altri dal mio centro al loro, invece che dal mio ego al loro, scopro che i miei sentimenti nei loro confronti sono completamente diversi. Li comprendo meglio. Evoco anche in loro una reazione diversa. Perfino gli estranei mi considerano come un loro caro. In qualche modo, sanno che sono loro amico, qualcuno a cui possono confidare i loro guai, qualcuno su cui possono contare per ricevere sostegno e aiuto nelle difficoltà. Li comprendo da dentro, piuttosto che dal loro aspetto esteriore. Forse è per questo che, come ha osservato Asha nel suo libro, anche se sono intensamente consapevole dei colori, non noto mai il colore degli occhi di una persona.

Quando guardo le cose in questo modo, dal mio centro al loro centro, mi sento in qualchemodo collegato.

Più di tutto, forse, quando contemplo il vasto dramma della vita, vedo più chiaramente e in un modo che mi colma di amore e beatitudine, che Dio Stesso è il Regista dell’intero spettacolo. Attraverso tutti gli alti e bassi dell’esistenza – le gioie e i dolori, le vittorie e le sconfitte, le soddisfazioni e le delusioni – sento che la vita è una grande sinfonia. Accordi meravigliosi emergono da essa. Le dissonanze si risolvono in squisite armonie. Le melodie, dapprima singhiozzi di dolore, si innalzano ben presto nella gioia. Ognuna di esse dà espressione alla grande meraviglia di questa colossale epopea di avventura e d’amore. E io so che, per ognuno, tutto alla fine si concluderà in fremiti di estatica beatitudine e di gratitudine
imperitura, per tutto quel che è accaduto.

Tutti vogliamo la Beatitudine. Era solo beatitudine quello che
cercavamo in ogni appagamento minore.

Le innumerevoli storie individuale, piccole e lunghe, di amicizia, romanticismo, tenerezza, incomprensione, animosità, vendetta e riconciliazione: tutte, tutte finiscono per sciogliere i loro intrecci infiniti in una beata semplicità e delizia divina.

Può sembrare quasi incredibilmente complesso. Eppure, in realtà, tutto è così completamente e fondamentalmente semplice da farci scuotere la testa con meraviglia, dopo anni di lotte sul sentiero, chiedendoci: «Come ho fatto a non capire?». Tutto diventa così ovvio!
Naturalmente, ciò che tutti vogliamo è la medesima, unica cosa: non il denaro; non il potere; non il Lete dell’oblio dell’alcol; non il sesso; non l’importanza personale; non il rispetto e la deferenza degli altri. Tutti vogliamo la Beatitudine. Era solo beatitudine quello che
cercavamo in ogni appagamento minore. Il motivo per cui tutto ci ha deluso, dimostrandosi tutt’altro che un appagamento, è semplicemente perché quegli epiloghi stavano danzando alla periferia del nostro essere. Non uno di essi scaturiva dal nostro centro. Non uno di essi risuonava con ciò che noi veramente siamo, nel nostro intimo.

Quando giungono la delusione o il dolore da qualunque fonte essi arrivino, ricordo a me stesso che non è lì che si trova il mio centro, ma che, dato che quel centro è ovunque, la mia realtà abbraccia la vastità stessa, il cui centro è la calma del mio cuore. In questo modo, ho potuto sperimentare la maggior 2 parte dei dolori che di solito fanno rabbrividire le persone – sulla poltrona del dentista o nel reparto di terapia intensiva di un ospedale dopo una grave operazione – sentendo solo beatitudine.

Quello che accadeva al mio corpo, non accadeva a me: era solo un avvenimento in una realtà infinita, come un’effimera increspatura sul grande mare della vita. Sebbene io non possa ancora affermare di essere consapevole della mia unità con quel grande Mare Divino, tuttavia anche solo affermare che questa è la mia realtà, mi ha permesso più e più volte di rimanere calmo nel mezzo di qualunque tumulto mi circondasse.

Vedo tutta la vita, ora, come un sogno. È questa infatti la sua “realtà” finale. È il sogno cosmico di Dio. Nulla è reale, se non nella coscienza. Dimorare in quel pensiero, pur senza aver raggiunto la realizzazione finale della sua verità, mi aiuta a percepire con convinzione che questo è tutto ciò che sono, e quello che la vita stessa è.

In Dio, l’appagamento stesso è completo e definitivo!

Vedo l’appagamento delle ambizioni umane e penso: «È così che sarà, quando troverò Dio! Sarà cessazione, sollievo e rilassamento dalla tensione dello sforzo, ma sarà un qualcosa di eterno, e non durerà soltanto per il breve attimo che di solito accompagna una conquista, seguito dalla noia, dalla delusione, dal fallimento o perfino da una grande sofferenza. In Dio, l’appagamento stesso è completo e definitivo!».

Se vedo due amanti finalmente e gioiosamente uniti, forse dopo molte prove, penso: «Sì in Dio sarà così: unità divina nella perfezione stessa di tutto l’amore, per l’eternità!». Ricordo di aver visto il cartone animato “Cenerentola” di Walt Disney. In verità, l’ho guardato molte volte, e ogni volta ho sentito la mia devozione innalzarsi verso Dio, mentre pensavo a tutte le prove, i dolori, i tradimenti e le delusioni della vita, e a come tutte finiscano, non nell’effimero abbraccio dell’amore umano, ma nella perfezione dell’unione con Dio, che abbraccia le nostre anime e le rende una cosa sola con Lui, per l’eternità!

Se vedo qualcuno esultare per un guadagno terreno, sia esso il successo, la fama o qualunque altra cosa, penso con gioia: «Oh, com’è meraviglioso contemplare il culmine di ogni bramosia, sapendo che, quando possediamo Dio, possediamo ogni cosa!».

E se vedo qualcuno soffrire o piangere per il dolore di un lutto o di una sciagura, o per qualche sofferenza personale inaspettata, penso: «Come sarà splendido per loro, alla fine, quando comprenderanno che tutto questo era solo un sogno!». E desidero profondamente aiutarlo a vedere che è solo questo ciò di cui si tratta; desidero mostrargli la via non solo per sfuggire dalla sofferenza del momento, che in questo mondo di dwaita (dualità) può essere solo temporanea, ma anche da ogni futura possibilità di soffrire ancora.

Quanto più una persona impara a vedere le cose in modo impersonale, divino – deve essere infatti questa la prospettiva di Colui la cui coscienza è onnipresente e onnisciente, e per Cui il tempo e lo spazio neppure esistono, poiché passato, presente e futuro, nonché il qui, il lì e l’ovunque, sono un’unica realtà – tanto più quella persona comprende che il servizio più grande che possa rendere agli altri è la conoscenza del loro Divino Sé Interiore. Solo questa, eternamente, è stata, è, e sempre sarà la loro realtà.

Cercare di vedere con la visione divina significa contemplare ogni cosa, anche solo con l’immaginazione, come un sempre mutevole gioco di luce, ombra e colore sullo schermo cosmico della dualità.Significa guardare la vastità dei cieli e dire a se stessi: «Nel mio centro più profondo, io sono in contatto con tutto questo. Io sono questo! Qualunque cosa accada nella più lontana galassia, accade anche, in qualche modo, a me!».

Significa osservare i fastidi di questa vita – gli insetti molesti, il caldo o il freddo eccessivi, le scomodità fisiche, la disintegrazione di tutto ciò che amiamo o apprezziamo in ques 3 to mondo – e pensare: «Sono grato! Queste cose mi aiutano a ricordare sempre che la mia casa si trova soltanto in Lui».

Solo Lui può – e alla fine lo farà – concederci tutto quel che abbiamo sempre desiderato nella vita.

Significa vedere le innumerevoli gioie e sofferenze della vita e pensare: «Com’è splendido questo dramma, in cui alla fine, dopo tutta la suspance, l’incertezza e la tragedia che l’uomo deve sopportare, ogni cosa si conclude in un modo così supremamente appagante! Non esiste una storia anche solo lontanamente paragonabile a quella che Dio ha scritto per ogniuno noi!».

La vita, evanescente come una bolla, ci costringe a sperimentare il continuo rinnovarsi di delusione, sofferenza e dolore, oppure la costante gioia della scoperta che tutto ciò che abbiamo mai voluto e amato è sempre stato Dio. Solo Lui può – e alla fine lo farà – concederci tutto quel che abbiamo sempre desiderato nella vita.

È così che dovremmo contemplare la nascita, la vita, la morte, i commoventi ricongiungimenti e le tristi separazioni, le risa e il dolore, lasciando che, attraverso ognuno di essi, il cuore si innalzi nel canto, sapendo che tutto è accaduto per una buonissima ragione: tutto ha uno scopo meraviglioso! La vita stessa, quindi, dovrebbe essere un canto di costante gratitudine e beatitudine.

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